Mio figlio non parla ma capisce tutto: cosa osservare e quando chiedere aiuto

Mio figlio non parla ma capisce tutto: cosa osservare e quando chiedere aiuto

«Mio figlio capisce tutto, ma non parla: è normale?» È una domanda che può contenere insieme una rassicurazione e una preoccupazione. Se il bambino comprende quello che gli diciamo, possiamo stare tranquilli e aspettare? Oppure c’è qualcosa che vale la pena osservare meglio?

Capire e parlare non sono la stessa cosa

Un bambino può comprendere parole e richieste, rispondere quando viene chiamato e seguire una storia, ma fare ancora fatica a esprimersi a parole. Comprendere è una parte importante dello sviluppo del linguaggio; da sola, però, non racconta tutto quello che sta accadendo.

Elisa pone un’altra domanda accanto a «Quando parlerà?»: ha già le competenze necessarie per comunicare? Prima delle parole si sviluppano anche le abilità prelinguistiche: gesti, sguardi e scambi con le altre persone.

La comunicazione comincia prima delle parole

Prima di pronunciare frasi, i bambini comunicano in molti modi. Possono indicare un oggetto, usare un gesto, alternare lo sguardo tra una persona e qualcosa che li interessa, cercare di condividere un gioco o aspettare una risposta nello scambio con l’adulto.

Immaginiamo un bambino che vede un gioco su uno scaffale: lo indica, guarda il genitore e poi torna a guardare il gioco. Anche senza dire il suo nome, sta cercando di comunicare qualcosa. Sono gesti e scambi che vale la pena riconoscere e incoraggiare.

Osservare queste capacità aiuta a comprendere il percorso del bambino. La comprensione, da sola, non racconta l’intero percorso: conta anche come il bambino cerca l’altro e prova a farsi capire.

Che cosa osservare tra i 12 e i 36 mesi?

Elisa suggerisce di prestare attenzione alla comunicazione nella vita di tutti i giorni. Per esempio:

  • il bambino indica o usa altri gesti per mostrarti ciò che desidera o trova interessante?
  • cerca il tuo sguardo e condivide con te un’attività o un momento di gioco?
  • risponde quando viene chiamato e comprende richieste adatte alla sua età?
  • prova a farsi capire anche quando non trova le parole?
  • nel tempo, compaiono nuove parole e poi piccoli accostamenti di parole?

Tra le tappe ricordate da Elisa ci sono le prime parole intorno ai 12–14 mesi e, avvicinandosi ai due anni, un periodo in cui il vocabolario può crescere rapidamente: la cosiddetta «esplosione del linguaggio». Elisa cita un vocabolario espressivo che può arrivare fino a 200 parole; in seguito il bambino comincia a unirle in piccole frasi. Questi riferimenti non sono una tabella con cui dare un voto al proprio figlio: è utile osservare se le sue capacità progrediscono e come vengono usate per comunicare.

Tre modi per aiutarlo nella quotidianità

1. Lascia spazio alla sua iniziativa. Quando il bambino indica qualcosa o cerca di dirti una parola, aspetta qualche istante prima di rispondere al posto suo. Anche una breve pausa può offrirgli il tempo di provare a esprimersi. L’intenzione dell’adulto di anticipare i suoi bisogni nasce spesso dal desiderio di evitargli frustrazione, ma qualche volta finisce per togliere spazio allo scambio.

2. Dai un modello, senza chiedere di ripetere. Se indica un bicchiere e prova a dire «acqua», puoi rispondere: «Vuoi l’acqua? Ecco il bicchiere d’acqua». Così riconosci il suo tentativo, pronunci la parola in modo chiaro e aggiungi un piccolo pezzo alla conversazione, senza trasformarla in una prova.

3. Parla con calma e alla sua altezza. Quando puoi, mettiti all’altezza del bambino e guardalo negli occhi: Elisa sottolinea che così può osservare anche i movimenti del tuo viso mentre ascolta le parole. Usa frasi adatte al suo sviluppo, articola bene, mantieni un tono di voce adeguato e lascia il tempo di ascoltare e rispondere, senza parlare troppo in fretta o alzare la voce.

L’errore più comune: trasformare ogni scambio in un’interrogazione

«Che cos’è questo?», «Come si chiama?», «Dai, ripeti». Quando un genitore è preoccupato per il linguaggio del figlio, è comprensibile che cerchi di stimolarlo. Ma una sequenza continua di domande può mettergli pressione, soprattutto se esprimersi è già difficile per lui.

Elisa invita a fare più spazio ai commenti e meno alle richieste di prestazione: raccontare quello che sta accadendo, accogliere ciò che il bambino prova a comunicare e ampliare le sue parole. Anche confrontarlo di continuo con fratelli, cugini o coetanei rischia di aggiungere ansia senza chiarire il suo bisogno.

Quando è utile chiedere un confronto?

Se il bambino fatica a usare gesti o altre strategie per farsi capire, sembra condividere poco lo sguardo e il gioco, si ritira dalle relazioni oppure tende a isolarsi, è utile chiedere un confronto professionale. Elisa cita anche la forte frustrazione quando non viene compreso, la difficoltà a mostrare le proprie emozioni e la tendenza a cercare gli adulti quando lo scambio con altri bambini gli risulta più difficile. Questi segnali meritano attenzione lungo tutta la fascia tra i 12 e i 36 mesi.

Un comportamento isolato non basta per trarre conclusioni. Se qualcosa preoccupa o solleva dubbi, ci si può rivolgere a un professionista di riferimento per capire meglio la situazione e quale sostegno possa essere utile. Fare domande non significa aver sbagliato qualcosa come genitori.

Tre cose da ricordare

  1. Comprendere e parlare sono capacità collegate, ma diverse. Il fatto che un bambino capisca molto non risponde, da solo, a tutte le domande sul suo sviluppo comunicativo.
  2. La comunicazione è fatta anche di gesti, sguardi e relazione. Osservare come il bambino cerca l’altro aiuta a vedere più delle sole parole.
  3. Le occasioni migliori nascono nella vita quotidiana. Accogliere un gesto, dare un modello e lasciare il tempo di rispondere può rendere lo scambio più sereno.

Osservare il bambino nel suo insieme e dare valore ai suoi tentativi di comunicare è un buon punto di partenza. Se qualcosa ti preoccupa, puoi portare le tue domande a un professionista: questo articolo offre indicazioni generali e non sostituisce una valutazione individuale.

 

Dott. Elisa Ceron

Logopedista e consulente del sonno infantile  

Si occupa della valutazione e del trattamento delle difficoltà del linguaggio in età evolutiva. Accompagna inoltre i genitori nello sviluppo comunicativo dei bambini e offre consulenze sul sonno infantile.

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